Shaza rilegge “Don’t Look Back In Anger”: l’eredità del Britpop diventa un soliloquio generazionale

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A trent’anni dal capolavoro degli Oasis, la giovane cantautrice comasca trasforma l’inno Britpop in un’intima riflessione sull’isolamento della Gen Z.

A trent’anni dalla pubblicazione, “Don’t Look Back In Anger” degli Oasis non ha perso un grammo della sua presa generazionale. Il brano scritto da Noel Gallagher nel 1996 non è mai diventato una reliquia del passato: continua a vivere nelle playlist, nei concerti, nell’immaginario collettivo.

Oggi, però, quella stessa canzone rinasce attraverso lo sguardo di Shaza, cantautrice classe 2007, che ne offre una rilettura radicalmente diversa, lontana dagli stadi e più vicina alla penombra di una stanza.

👉 Ascolta su Spotify.

Dall’inno Britpop al soliloquio intimo

Quella di Shaza non è una semplice cover di “Don’t Look Back In Anger”. E non è neppure un omaggio nostalgico agli anni ’90. È un lavoro di scavo.

L’artista prende uno dei simboli più riconoscibili del Britpop e lo sottrae alla dimensione collettiva dei cori da stadio, dei pub inglesi e dei finali catartici di setlist. L’enfasi si abbassa, la voce si fa raccolta, il brano perde la sua tracotanza novantiana per trasformarsi in qualcosa di più fragile e introspettivo.

La potenza resta, ma cambia direzione: non più esplosiva, bensì interiore.

Generazione Z e isolamento sociale: il contesto

La rilettura di Shaza si inserisce in un contesto preciso.

Secondo i dati ISTAT, oltre un terzo degli adolescenti italiani sperimenta quotidianamente un senso di esclusione sociale. Una generazione iperconnessa, ma spesso profondamente sola.

È in questo spazio che la nuova versione di “Don’t Look Back In Anger” trova senso. Il brano diventa:

  • un ponte tra passato e presente
  • un dialogo tra generazioni
  • un termometro emotivo del nostro tempo

Shaza non rinnega l’eredità degli Oasis, ma la rielabora attraverso la sensibilità della Gen Z, trasformando la rabbia collettiva in un percorso di riconciliazione personale.

L’interpretazione: tra musica e arte visiva

Studentessa al liceo artistico, Shaza modula la voce con la stessa cura con cui lavora su una tela.

Il centro emotivo del brano non è più la rabbia liberatoria, ma l’accettazione. È come se il colore venisse raschiato via, lasciando emergere la grana bianca della superficie: essenziale, autentica, inevitabile.

«Avvertivo l’urgenza di rileggere questo brano spogliandolo della sua veste pubblica per portarlo a una dimensione più intima, più vicina alla mia verità — racconta l’artista. — Non c’è alcuna volontà di sostituirsi all’originale, bensì il desiderio di dialogare con ciò che rappresenta oggi, nel mio quotidiano. È il mio modo di osservare il passato senza lasciarmi consumare. Ed è, in fondo, un dialogo con il tempo.»

Produzione e videoclip ufficiale

Il singolo è prodotto da Massimiliano Cenatiempo e segna un momento di maturazione nel percorso artistico della giovane cantautrice.

La produzione è misurata, attenta alle pause e alle sfumature, coerente con l’idea di sottrazione che caratterizza l’intero progetto.

Il videoclip ufficiale, concepito come capitolo visivo complementare, verrà pubblicato nelle prossime settimane. Una scelta che segue una temporalità dilatata, in controtendenza rispetto alla frenesia dei consumi digitali contemporanei.

Un dialogo con il tempo, senza rabbia

In questa versione, l’inno degli Oasis smette di essere un coro da stadio e torna a farsi confessione.

Shaza ricorda che, per andare avanti, è necessario sostare davanti a ciò che abbiamo lasciato alle spalle. Senza nostalgia sterile. Senza rabbia.

Solo con la consapevolezza che ogni generazione ha il diritto di reinterpretare i propri miti.

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